India del Nord in una settimana: itinerario tra Delhi, McLeod Ganj e Amritsar sulle tracce di sikh, buddisti e induisti

Scritto da Serena Puosi

Categorie: India del Nord

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Le risorse di viaggio sono le collaborazioni attive su questo blog alle quali io stessa mi affido per i miei viaggi. Vi permettono di viaggiare in sicurezza e pianificare il vostro viaggio senza sorprese, in alcuni casi anche facendovi risparmiare. Tutti i partner di viaggio sono stati scelti con cura, testati da me e sono gli stessi che condivido con i miei più cari amici.

Prepara al meglio il tuo viaggio

L’India è uno di quei Paesi che non si visitano soltanto: si attraversano, si respirano, a volte si subiscono e, se glielo permetti, ti cambiano un po’ la vita. Dopo il mio primo viaggio nel Rajasthan molte cose sono cambiate e mi è tornato il desiderio, a distanza di 12 anni, di viverne un pezzettino in più.

Questa volta ho scoperto un volto diverso dell’India, raccolto e spirituale, dove convivono alcune delle religioni più affascinanti del mondo.

In sette giorni (più due di viaggio) abbiamo attraversato quattro stati indiani – Delhi, Haryana, Himachal Pradesh e Punjab – passando dai mausolei moghul di Delhi ai monasteri tibetani di McLeod Ganj, fino ai luoghi più sacri del Sikhismo ad Anandpur Sahib e Amritsar.

Le strade di Amritsar

È stato un viaggio fatto di incontri, lunghe giornate in auto, chai bevuti ai bordi della strada, traffico apparentemente senza regole e persone capaci di accoglierti come se ti conoscessero da sempre.

Non è stato il classico itinerario turistico in India, ma proprio per questo mi ha permesso di aggiungere un tassello al grande puzzle del subcontinente indiano.

In questo articolo trovate il nostro itinerario giorno per giorno, tante informazioni pratiche per organizzarlo e tutti i luoghi che, secondo me, meritano davvero una visita.

Contenuti nascondi

Informazioni pratiche

Durata del viaggio: 9 giorni (12-21 luglio 2026)

Persone: io e mio marito

Regioni attraversate: Delhi, Haryana, Himachal Pradesh e Punjab.

Tappe del viaggio

  • Delhi (1 notte)
  • Chandigarh (1 notte)
  • McLeod Ganj (3 notti)
  • Amritsar (1 notte)

Mezzi utilizzati

  • volo internazionale Milano-Delhi e ritorno con scalo a Doha;
  • auto privata con autista per tutti gli spostamenti interni.

Una soluzione che si è rivelata estremamente comoda, considerando le lunghe distanze, il traffico e le condizioni delle strade. Senza considerare che, con così pochi giorni, spostarsi con i mezzi pubblici sarebbe stato impossibile.

La mappa del nostro itinerario

Come abbiamo organizzato il viaggio

I voli li abbiamo acquistati autonomamente tramite Trip.com.

L’andata è stata con Air India, con volo diretto Milano-Delhi, mentre per il ritorno abbiamo volato con IndiGo fino a Doha e successivamente con Qatar Airways fino a Milano.

Devo ammettere che Qatar Airways si è confermata una delle migliori compagnie con cui abbia mai viaggiato: servizio impeccabile, puntualità e comfort davvero elevati.

Il visto è stato richiesto autonomamente attraverso il portale ufficiale del governo indiano tramite e-Visa, una procedura abbastanza semplice (anche se un po’ lunga) da affrontare con un po’ di anticipo.

Tutta l’organizzazione a terra, invece, è stata curata da Global Authentic DMC, agenzia con sede a Delhi specializzata in viaggi su misura in India e nei Paesi limitrofi.

Questo è stato un viaggio stampa, durante il quale sono stata invitata dal fondatore Ashish a conoscere il suo modo di lavorare.

Dopo aver vissuto questa esperienza posso dire senza esitazioni che raramente mi è capitato di incontrare un’organizzazione così attenta ai dettagli. Dalla scelta degli hotel alla flessibilità dell’itinerario, fino alla capacità di adattarsi continuamente alle nostre esigenze, ci siamo sentiti seguiti dalla fase pre partenza alla fine.

Ashish non conosce soltanto l’India, ha esperienza anche in Vietnam, Oman, Qatar, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e segue itinerari anche in Nepal, Bhutan e Sri Lanka.

Se decidete di contattarlo per un viaggio e prenotate con lui, ditegli che avete avuto il suo contatto da Serena di Mercoledì tutta la settimana, vi riserverà uno sconto speciale 😉

Disclaimer

Questo viaggio è stato offerto da Global Authentic DMC, ma tutte le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente personali e non sono state sottoposte ad approvazione.

Dove abbiamo dormito

Durante il viaggio abbiamo soggiornato in quattro strutture diverse tra loro, tutte selezionate da Global Authentic.

Delhi – Anila Boutique Hotel

Delhi è enorme, già capire dove soggiornare può essere complicato. Questo boutique hotel moderno e abbastanza raccolto è stato perfetto per recuperare le energie dopo il lungo volo internazionale. Le camere spaziose anche se senza troppe pretese, la posizione comoda per raggiungere i principali monumenti della capitale e la cena molto gustosa.

Chandigarh – Clubhouse Hotel

Una struttura elegante e curata. Ottimo anche il ristorante interno. L’unico limite è la posizione piuttosto periferica: per raggiungere il centro città abbiamo impiegato circa 45 minuti di auto.

McLeod Ganj – Amritara Surya

Probabilmente il mio hotel preferito del viaggio. Camere affacciate sulle montagne, atmosfera tranquilla e ottimo ristorante, ideale come base per esplorare la capitale del Tibet in esilio.

Amritsar – Amritara Sadka

Hotel moderno situato a breve distanza dal Golden Temple, perfetto per visitare la città anche a piedi. Personale molto gentile e ristorante interno con buoni piatti.

Assicurazione di viaggio ed eSIM

Per questo viaggio abbiamo utilizzato la nostra assicurazione Columbus annuale multiviaggio, una scelta che consiglio a chi viaggia più volte durante l’anno perché permette di partire sempre coperti senza dover stipulare una nuova polizza ogni volta.

Per la connessione internet abbiamo invece scelto una eSIM Holafly, che ci ha consentito di avere internet fin dall’atterraggio senza dover acquistare una SIM locale.

Nel complesso della Tomba di Humayun

Giorno 1 – Arrivo a Delhi: il primo impatto con l’India

Atterrare a Delhi significa immergersi immediatamente nell’energia dell’India.

Tra lo sbarco, il ritiro dei bagagli e i controlli all’immigrazione abbiamo impiegato circa due ore. Per entrare nel Paese è necessario aver richiesto l’e-Visa prima della partenza e, al controllo passaporti, ci è stato chiesto anche di compilare un piccolo modulo con i dati personali e l’indirizzo del primo hotel (preparateveli a portata di mano).

Fuori dall’aeroporto ci aspettava Ashish, pronto ad accompagnarci in quella che sarebbe stata una settimana intensa.

La prima cosa che colpisce è il traffico. Non importa quante volte abbiate letto che a Delhi il traffico è caotico: finché non ci siete dentro non riuscite davvero a immaginarlo. Per percorrere appena otto chilometri abbiamo impiegato circa quaranta minuti, circondati da auto, tuk tuk, motociclette, autobus, biciclette e perfino risciò elettrici, molto più diffusi rispetto al mio precedente viaggio in India.

Agli incroci, invece, la realtà cambia improvvisamente. Bambini che vendono fiori, ragazzi con mazzi di panni per pulire i parabrezza, persone che chiedono l’elemosina. È uno di quei contrasti che l’India ti mette davanti subito senza alcun filtro.

La Tomba di Humayun, il monumento che anticipò il Taj Mahal

La nostra prima visita è stata la splendida Tomba di Humayun, patrimonio UNESCO e considerata uno dei più importanti esempi di architettura moghul.

Fu fatta costruire nel XVI secolo dalla moglie dell’imperatore Humayun ed è considerata il modello architettonico che, qualche decennio più tardi, avrebbe ispirato il Taj Mahal.

Cupole di marmo bianco, arenaria rossa, giardini geometrici attraversati da canali d’acqua e una perfetta simmetria rendono questo luogo uno dei monumenti più eleganti di tutta Delhi.

L’ingresso per gli stranieri costa 600 rupie, mentre per i cittadini indiani soltanto 40.

La Tomba di Humayun

Lodhi Garden, dove Delhi rallenta

Se la Tomba di Humayun racconta la grandezza dell’Impero Moghul, il Lodhi Garden mostra invece la quotidianità della città.

L’ingresso è gratuito e ogni sentiero è frequentato da famiglie, coppie, sportivi e gruppi di amici.

Passeggiando tra i prati abbiamo incontrato una coppia elegantissima impegnata in un servizio fotografico, un ragazzo che suonava la chitarra seduto sull’erba, decine di scoiattoli e persone che praticavano yoga all’ombra degli alberi.

Tra mausolei del XV secolo, giardini delle farfalle e grandi alberi tropicali, questo è un rifugio lontano dal traffico incessante e allo stesso tempo autentico.

La sera abbiamo cenato in hotel insieme ad Ashish e a suo fratello, iniziando a conoscere meglio la cultura indiana e il programma dei giorni successivi.

Lodhi Garden

Giorno 2 – Chandigarh, la città più ordinata dell’India

Lasciamo Delhi di buon mattino.

Prima di uscire definitivamente dalla capitale attraversiamo una gigantesca montagna di rifiuti che sembra non avere fine. È un’immagine forte, quasi simbolica, che racconta un’altra faccia dell’India.

Ci vogliono circa quarantacinque minuti solo per lasciare l’area urbana, poi, lentamente, il paesaggio cambia.

Attraversiamo Murthal, famosa in tutto il nord dell’India per i suoi paratha (il tipico piatto della colazione, una specie di piadina che può essere piena di cipolle e patate), e Kurukshetra, luogo dove secondo la tradizione fu narrata la Bhagavad Gita, uno dei testi sacri più importanti dell’Induismo.

L’arrivo a Chandigarh segna un altro cambio di atmosfera.

Progettata negli anni Cinquanta dall’architetto Le Corbusier, è una città moderna, ordinata e completamente organizzata in settori numerati. Un contrasto sorprendente rispetto al caos di Delhi.

Chandigarh, tra lago e arte nata dai rifiuti

Dopo esserci sistemati in hotel, ci rendiamo subito conto di quanto Chandigarh sia diversa da tutte le altre città indiane che avevo visto fino a quel momento. Le strade sono larghe, il traffico è ordinato, ogni quartiere ha un numero anziché un nome e tutto sembra seguire una logica precisa.

La prima tappa del pomeriggio è il Sukhna Lake, il grande lago artificiale che rappresenta il cuore ricreativo della città.

Qui troviamo famiglie che passeggiano mangiando street food, bambini sulle giostre, coppie che noleggiano un pedalò, ragazzi seduti sul lungolago ad aspettare il tramonto. C’è qualcosa che mi riporta ai parchi cittadini degli anni Sessanta, con colori leggermente sbiaditi e un’atmosfera rilassata.

Più che un’attrazione turistica è il luogo dove gli abitanti vengono semplicemente a vivere la città.

Poco distante raggiungiamo invece uno dei luoghi più sorprendenti e inaspettati dell’intero viaggio: il Rock Garden.

A prima vista potrebbe sembrare un normale parco di sculture, ma basta iniziare a camminare tra i suoi sentieri per capire che qui c’è molto di più.

Negli anni Cinquanta l’artista autodidatta Nek Chand iniziò segretamente a raccogliere materiali di scarto provenienti dai cantieri della nuova Chandigarh: piastrelle rotte, bottiglie, ceramiche, vetri, braccialetti, sanitari, pezzi di metallo. Per anni lavorò in silenzio, costruendo un mondo immaginario nascosto nella foresta, senza alcuna autorizzazione.

Quando il suo progetto venne scoperto avrebbe dovuto essere demolito, invece accadde il contrario: le autorità riconobbero il valore dell’opera e decisero di trasformarla in uno dei simboli della città.

Oggi il Rock Garden è un dedalo di vicoli, cascate, cortili e migliaia di figure umane e animali costruite interamente con materiali riciclati.

Confesso di avere una certa ammirazione per chi dedica tutta la propria vita a un’idea. Ci vuole una forma di ostinazione quasi romantica per continuare a costruire qualcosa che nessuno vede, semplicemente perché si è convinti che abbia un valore. È una determinazione che mi affascina sempre.

Anche qui, come in tanti altri luoghi dell’India, il prezzo del biglietto è simbolico: appena 30 rupie. Il risultato è che il parco è pieno di famiglie, bambini, gruppi di amici che si fanno fotografare davanti alle sculture o trascorrono il pomeriggio tra l’acquario e le aree giochi.

Giorno 3 – Anandpur Sahib, dove l’accoglienza diventa un insegnamento

Lasciamo Chandigarh di buon mattino.

Ci aspettano circa sei ore di viaggio per raggiungere McLeod Ganj, ma spezziamo il tragitto fermandoci ad Anandpur Sahib, uno dei luoghi di pellegrinaggio più importanti del Sikhismo.

È una deviazione che consiglio a chiunque stia organizzando un itinerario nel Punjab.

Anandpur Sahib è una città sacra ed il luogo dove nel 1699 Guru Gobind Singh fondò il Khalsa, la comunità dei Sikh iniziati, dando origine a una delle identità religiose più riconoscibili al mondo.

Entriamo nel Takht Sri Keshgarh Sahib, uno dei cinque Takht, i massimi centri spirituali della religione sikh. Prima di accedere al complesso ci copriamo il capo, lasciamo le scarpe e camminiamo scalzi sul marmo bianco rovente.

L’atmosfera è intensa ma sorprendentemente semplice. Non ci sono folle di turisti, ma migliaia di pellegrini che pregano, famiglie sedute all’ombra, volontari che lavorano senza sosta.

Qui abbiamo fatto una delle esperienze più belle dell’intero viaggio.

Un sikh fuori dal Takht Sri Keshgarh Sahib

Quando i pregiudizi restano fuori dal tempio

Con il passare degli anni mi sono resa conto che alcune convinzioni diventano una bussola nella vita quotidiana.

Non parlo di fede o di spiritualità. Parlo di modi di guardare il mondo. Per me ce ne sono due: l’apertura mentale e una fiducia quasi ostinata nel genere umano.

Sono queste due convinzioni che mi hanno portata ad amare viaggi come questo, dove ci si trova continuamente davanti a persone, culture e tradizioni molto lontane dalle proprie.

Il Sikhismo, almeno per noi occidentali, può sembrare inizialmente difficile da comprendere.

Il turbante portato per tutta la vita, il kirpan – il tradizionale pugnale che ogni Sikh battezzato porta con sé – e simboli che non appartengono alla nostra cultura rischiano di creare una distanza ancora prima di conoscere davvero chi abbiamo davanti.

E invece è successo esattamente il contrario: eravamo gli unici stranieri presenti e siamo stati accolti con una naturalezza disarmante.

Il langar, dove nessuno è più importante di un altro

La visita continua nelle immense cucine del langar, il pasto comunitario gratuito che ogni gurdwara (luogo di culto del Sikhismo) offre a chiunque, indipendentemente da religione, provenienza o condizione economica.

Centinaia di volontari lavorano in perfetta armonia: c’è chi impasta montagne di farina seduto a terra, chi prepara enormi pentoloni di verdure, chi serve i pasti, chi lava migliaia di piatti.

Ognuno svolge il proprio compito senza chiedere nulla in cambio. È impossibile non rimanerne colpiti: più che una mensa, sembra una gigantesca macchina perfettamente sincronizzata, alimentata soltanto dallo spirito di servizio.

La musica che proviene dal tempio accompagna ogni gesto. Purtroppo all’interno non è consentito fare fotografie né registrare video, ma forse è anche giusto così: alcune esperienze sono più belle proprio perché restano soltanto nella memoria.

Le cucine di Takht Sri Keshgarh Sahib

Un chai con la massima autorità religiosa

Quando ormai pensiamo che la visita sia finita, succede qualcosa che non ci saremmo mai aspettati.

Veniamo invitati nella stanza privata della massima autorità religiosa presente nel complesso. Ci accoglie in maniera estremamente essenziale: un letto, una scrivania, pochissimi oggetti.

Parliamo davanti a una tazza di chai, riceviamo una benedizione e ci racconta qualcosa della storia del luogo.

In quel momento mi rendo conto che il privilegio più grande del viaggiare non è vedere posti straordinari.

È avere accesso a momenti imprevedibili, non pianificabili. È così che l’inatteso diventa il ricordo più prezioso.

Le cinque K del Sikhismo

Visitare Anandpur Sahib è anche l’occasione per comprendere meglio alcuni simboli della religione sikh.

Chi entra a far parte del Khalsa osserva le cosiddette Cinque K, cinque elementi che rappresentano l’impegno spirituale e morale del fedele:

  • Kesh, i capelli mai tagliati, simbolo dell’accettazione della volontà divina.
  • Kangha, il pettine di legno, che rappresenta ordine e disciplina.
  • Kara, il bracciale d’acciaio indossato al polso, simbolo dell’eternità e del legame con Dio.
  • Kirpan, il piccolo pugnale cerimoniale che ricorda il dovere di proteggere i più deboli.
  • Kachera, gli speciali pantaloncini di cotone, simbolo di autocontrollo e rettitudine.

Conoscere il significato di questi simboli aiuta a guardare questa religione con occhi completamente diversi.

Verso il Piccolo Tibet

Lasciamo Anandpur Sahib con la sensazione di aver vissuto qualcosa di speciale.

La strada ricomincia a salire.

Facciamo una sosta per pranzo al Farmer’s Café di Amb e, chilometro dopo chilometro, il paesaggio cambia.

Le pianure del Punjab lasciano spazio alle montagne dell’Himachal Pradesh. La vegetazione diventa più fitta, le strade si restringono, le curve aumentano così come le buche e i lavori stradali.

L’aria, invece, finalmente si fa più fresca. Quando arriviamo a McLeod Ganj il sole sta iniziando a scendere dietro le montagne. C’è un’atmosfera speciale, qualcosa che mi conquista subito.

Basta una breve passeggiata tra le vie del paese per capire che siamo arrivati in un luogo completamente diverso da qualsiasi altro visto fino a quel momento.

Qui la presenza tibetana si fa sentire nelle scritte e nel cibo, nelle bandiere di preghiera che colorano le strade, nella presenza dei monaci che passeggiano accanto ai turisti con assoluta naturalezza.

La sera ceniamo nel ristorante dell’hotel con due piatti tipici che ci accompagneranno spesso durante la permanenza: un profumatissimo Bhindi Do Pyaza, a base di gombo (chiamato anche ocra) e cipolle, e un Karahi Paneer, il tradizionale formaggio fresco indiano cotto con pomodoro e spezie. Entrambi sono così buoni che nei giorni successivi li ordinerò di nuovo.

Giorno 4 – McLeod Ganj, sulle orme del Dalai Lama

Ci svegliamo con una temperatura finalmente piacevole.

Dopo il caldo afoso delle pianure, l’aria di montagna dell’Himachal Pradesh è quasi un sollievo. Le nuvole si muovono veloci sopra le cime e, guardando fuori dalla finestra dell’hotel, è difficile credere di essere ancora in India.

McLeod Ganj viene spesso chiamata “Little Lhasa”. È qui che, dopo l’occupazione cinese del Tibet nel 1959, il XIV Dalai Lama trovò rifugio insieme a migliaia di tibetani in esilio. Ancora oggi questa piccola cittadina rappresenta il cuore della comunità tibetana fuori dal proprio Paese.

Il Tsuglagkhang Complex, dove la spiritualità è quotidianità

La nostra giornata comincia al Tsuglagkhang Complex, il complesso che ospita la residenza ufficiale del Dalai Lama quando si trova a Dharamshala.

Arriviamo presto. I negozi stanno ancora aprendo, alcune bancarelle vengono allestite proprio davanti ai nostri occhi e i cani randagi sembrano essere più numerosi delle persone.

Eppure basta oltrepassare i controlli d’ingresso per accorgersi che questo luogo non è mai davvero vuoto.

Il complesso apre alle cinque del mattino e chiude alle otto di sera. A qualsiasi ora c’è qualcuno che percorre lentamente il Kora, il cammino di preghiera che gira attorno al monastero, facendo scorrere tra le dita un mala o facendo ruotare le grandi ruote di preghiera.

Un gesto semplice e quotidiano che mi affascina, così come le preghiere di cui non comprendo una sola parola ma dalle quali intuisco profondità e devozione.

Entrando nel tempio principale, le statue dorate del Buddha brillano, mentre alcuni monaci recitano le loro preghiere rivolti verso la statua. Anche senza essere religiosi, qui l’atmosfera comunica qualcosa.

Monaci tibetani nel Tsuglagkhang Complex

Il mercato dei rifugiati tibetani

All’uscita ci perdiamo tra le bancarelle del Tibetan Handicraft Market, dove vengono venduti oggetti realizzati dalla comunità tibetana in esilio.

Qui acquistare un souvenir assume un significato diverso: non è soltanto un ricordo del viaggio, è anche un modo concreto per sostenere una cultura che continua a lottare per preservare la propria identità.

Tra sciarpe, bandiere di preghiera, gioielli in argento e piccoli oggetti in legno intagliato, troviamo qualche regalo da portare a casa.

Fino alle cascate di Bhagsu

Lasciamo il centro del paese e raggiungiamo a piedi Bhagsu, un piccolo villaggio poco distante.

La passeggiata è semplice e piacevole. Si attraversano caffetterie, negozietti, guesthouse e piccoli templi, fino a imboccare il sentiero che conduce alle Bhagsu Waterfall.

Non aspettatevi cascate spettacolari, ho visto di meglio nella vita. Il bello del posto è soprattutto essere un po’ fuori dal tempo e allo stesso tempo vissuto dagli abitanti del luogo. L’acqua è ghiacciata, ma c’è qualche temerario che si bagna completamente.

Cascate di Bhagsu

Sulla strada del ritorno entriamo anche nel tempio di Bhagsunath, uno dei più antichi della zona, dedicato a Shiva e molto frequentato dagli abitanti del luogo.

Ancora una volta rimango colpita dalla naturale convivenza tra religioni diverse. Nel giro di poche ore siamo passati da un monastero buddhista a un tempio induista, senza che questo sembri creare alcuna frattura nella quotidianità delle persone.

Per pranzo scegliamo un piccolo ristorante del centro a McLoad Ganj. È l’occasione perfetta per assaggiare alcuni piatti della cucina tibetana, che qui si mescola naturalmente con quella indiana.

St. John in the Wilderness, una chiesa nel bosco

Nel pomeriggio raggiungiamo la St. John in the Wilderness, una piccola chiesa anglicana costruita nel 1852 e immersa in una fitta foresta di cedri himalayani.

L’edificio è uno dei pochi della zona ad aver resistito al devastante terremoto del 1905 che distrusse gran parte di Dharamshala.

Qui il silenzio è interrotto soltanto dal vento tra gli alberi e dal canto degli uccelli. All’interno conserva vetrate dedicate a San Giovanni Battista, mentre nel cimitero riposa anche Lady Elgin, moglie del viceré dell’India.

Concludiamo la giornata passeggiando tra le vie di McLeod Ganj e visitando qualche negozio ricco di bellissimi manufatti.

La chiesa di St. John in the Wilderness

Giorno 5 – Norbulingka, il luogo dove il Tibet continua a vivere

Il Norbulingka Institute è il luogo che più ho amato nei dintorni di Dharamshala.

Il suo nome significa “Giardino del Tesoro” e basta attraversarne il cancello per capire che non si tratta soltanto di una scuola o di un museo. È, infatti, un luogo nato per custodire una cultura.

Passeggiando tra ponticelli di legno, laghetti popolati da carpe koi, giardini curatissimi e architetture tradizionali tibetane, sembra quasi di essere stati trasportati lontano dall’India.

Norbulingka Institute

Dove l’artigianato diventa memoria

Il Norbulingka Institute è stato fondato con l’obiettivo di preservare le arti tradizionali tibetane che rischiavano di scomparire dopo l’esilio. Qui gli antichi mestieri vengono insegnati direttamente dai maestri artigiani alle nuove generazioni.

Camminando tra i laboratori osserviamo pittori impegnati nella realizzazione delle thangka, gli straordinari dipinti sacri tibetani.

Più avanti incontriamo intagliatori del legno, scultori, creatori di statue e artigiani intenti a decorare ogni dettaglio con una pazienza meditativa.

Il tempio più bello di tutto il complesso

Il cuore dell’istituto è il magnifico Deden Tsuglakhang.

Entrando si rimane quasi senza parole. Le pareti sono interamente ricoperte da migliaia di immagini del Buddha. Gli affreschi raccontano episodi della tradizione buddhista con una ricchezza di dettagli incredibile.

Al centro domina una grande statua dorata del Buddha alta circa quattro metri. Rimango seduta qualche minuto ad osservare: più guardo quei dipinti, più sento una pace interiore.

La statua di Buddha nel Deden Tsuglakhang

Il piccolo museo che vale la visita

Prima di uscire entriamo anche nel Museo delle Bambole. Il nome potrebbe far pensare a qualcosa di diverso, secondario. In realtà si è rivelato molto interessante.

Attraverso decine di piccoli diorami vengono raccontate le tradizioni, la vita quotidiana e le celebrazioni del popolo tibetano. È un modo semplice ma estremamente efficace per comprendere una cultura spesso poco conosciuta.

Quando lasciamo il Norbulingka ho la sensazione di aver visitato molto più di un museo: è un atto di resistenza culturale. L’ho eletto mio luogo preferito della zona.

Gyuto Tantric Monastery

Nel prosieguo della mattinata ci rechiamo al Gyuto Tantric Monastery. Si tratta di uno dei luoghi più importanti della tradizione buddhista tibetana in India. Fondato nel 1959 dopo la fuga dei tibetani dal Tibet, il monastero appartiene alla scuola Kagyu del buddhismo tibetano ed è conosciuto soprattutto per essere il centro di formazione dei monaci tantrici.

Il monastero è circondato dal verde e offre una vista spettacolare sulle montagne, con il profilo del Dhauladhar che fa da sfondo alle preghiere quotidiane dei monaci.

Il Gyuto è particolarmente famoso per la pratica del canto armonico dei monaci tantrici, una tecnica vocale unica che permette di produrre contemporaneamente tonalità profonde e vibrazioni molto particolari. Una tradizione antichissima, utilizzata durante le cerimonie rituali, che rende l’esperienza dell’ascolto quasi meditativa.

Purtroppo non abbiamo potuto assistervi perché era ora di pranzo e i monaci erano tutti in fila col loro vassoio per ricevere il pasto dalla mensa!

Gyuto Tantric Monastery

Trekking al Tushita Meditation Centre

Per pranzo abbiamo incontrato Ashish che in quei giorni era ospite del suo amico Abhishek presso il suo bel Junglaat, un B&B immerso nel verde sopra McLeod Ganj.

Dopo un ottimo pranzo, ci siamo incamminati per il trekking verso il Tushita Meditation Centre, uno dei luoghi più conosciuti per avvicinarsi alla meditazione e alla filosofia del buddhismo tibetano.

Fondato nel 1972, il centro appartiene alla tradizione Gelugpa ed è dedicato allo studio degli insegnamenti di Buddha, offrendo corsi e ritiri di meditazione aperti anche a chi si avvicina per la prima volta a questa pratica.

È l’ultima attività prima di lasciare il giorno successivo le montagne dell’Himachal Pradesh per raggiungere Amritsar, la città più sacra del Sikhismo.

trekking a McLeod Ganj

Giorno 6 – Amritsar: il cuore spirituale dei Sikh

È tempo di salutare McLeod Ganj e le montagne per iniziare la discesa verso Amritsar, la nostra ultima tappa prima del rientro in Italia.

La strada che ci aspetta è lunga e tutt’altro che semplice: circa cinque ore di viaggio su un percorso costellato di buche, tratti dissestati e numerosi lavori in corso. Come spesso accade in India, però, il viaggio non è solo lo spostamento da un luogo all’altro: anche il tragitto diventa esperienza. Ci fermiamo per un chai caldo in una piccola sosta lungo la strada e poi per il pranzo, osservando dal finestrino il paesaggio cambiare lentamente.

Arriviamo ad Amritsar nel pomeriggio. Una doccia veloce in hotel è indispensabile per riprenderci dal viaggio e dal caldo, poi usciamo subito alla scoperta della città a piedi.

Amritsar ci accoglie con tutta la sua energia: il caldo è difficile da gestire, si suda semplicemente stando fermi, e il traffico, i clacson e la folla rendono tutto ancora più intenso. Ma è proprio questo il fascino della città: è viva, rumorosa, autentica, profondamente vissuta.

Ci dirigiamo verso il Golden Temple, il simbolo assoluto di Amritsar, ma decidiamo di non entrare subito. Preferiamo conservare la sorpresa per la sera, quando potremo viverlo nel momento più suggestivo. Ci limitiamo a girare nei dintorni, scattando tantissime foto e lasciandoci affascinare già dall’atmosfera che lo circonda.

Rientriamo in hotel per cena, aspettando l’appuntamento con una delle esperienze più emozionanti del viaggio. Con Ashish torniamo al Golden Temple, questa volta pronti per entrare.

Prima di accedere al complesso bisogna lasciare le scarpe negli appositi depositi e immergere i piedi in una vasca d’acqua, un gesto simbolico di purificazione. Poi, con la testa coperta da una bandana o da un telo, si attraversa l’ingresso di quello che per i Sikh è il luogo più sacro al mondo.

Il Golden Temple, o Harmandir Sahib, è oggi anche una delle attrazioni spirituali più importanti a livello internazionale: un luogo aperto a persone di ogni religione e provenienza, purché vengano rispettate le regole del luogo. Non si può entrare con le scarpe, bisogna mantenere il capo coperto, non si devono dare le spalle al tempio e non sono consentite fotografie o comportamenti considerati irrispettosi.

Al centro del complesso, circondato dall’acqua, il tempio dorato sembra galleggiare e il suo riflesso crea un’immagine quasi irreale. Ma più dell’architettura, quello che colpisce è l’atmosfera: il silenzio rispettoso dei fedeli, i canti sacri, il movimento continuo delle persone che arrivano da ogni parte del mondo.

La sera assistiamo anche a una delle cerimonie più importanti che si svolgono ogni giorno dell’anno: il trasferimento del Guru Granth Sahib, il libro sacro dei Sikh. Il testo viene spostato dal sacro Harmandir Sahib, il Tempio d’Oro, all’Akal Takht, dove trascorrerà la notte.

Tra il caldo ancora opprimente e una folla immensa, assistere a questo rituale così sentito dalla comunità Sikh è stato uno dei momenti più intensi dell’intero viaggio.


Il tempio d’oro di Amritsar by night

Giorno 7 – Il Tempio d’oro e il confine con il Pakistan

Dopo la colazione facciamo una visita al Monumento alla memoria del massacro di Jalianwala Bagh.

A pochi passi dal Golden Temple, infatti, si trova un giardino pubblico oggi trasformato in un luogo della memoria nazionale indiana. Qui, il 13 aprile 1919, si consumò uno degli episodi più drammatici della storia del Paese: il massacro di Amritsar.

Durante una manifestazione pacifica contro le leggi repressive imposte dal governo coloniale britannico, migliaia di persone si riunirono all’interno del giardino per protestare e celebrare il festival del Baisakhi. Il generale britannico Reginald Dyer ordinò ai suoi soldati di aprire il fuoco sulla folla senza alcun preavviso, sparando per diversi minuti contro uomini, donne e bambini intrappolati nello spazio chiuso del giardino. Le stime ufficiali parlarono di centinaia di vittime, anche se il numero reale fu probabilmente molto più alto.

Torniamo poi al Golden Temple, questa volta alla luce del giorno, per osservarlo con occhi diversi. Il sole mette in risalto ogni dettaglio dell’architettura dorata e ci permette di cogliere meglio la complessità di questo luogo, ma la parte più significativa della mattinata è la visita al langar, la gigantesca mensa comunitaria del tempio.

Il tempio d’oro di Amritsar

Uno dei principi fondamentali del Sikhismo è il seva, il servizio disinteressato agli altri. Al Golden Temple questo concetto prende forma ogni giorno nelle cucine e nella sala da pranzo comune, dove migliaia di volontari preparano e distribuiscono gratuitamente pasti a chiunque ne abbia bisogno, senza distinzione di religione, casta o provenienza.

Entriamo nelle cucine e osserviamo un’organizzazione impressionante: persone che tagliano verdure, impastano, cucinano, lavano stoviglie e preparano continuamente nuovi pasti. In pochi minuti possono essere servite migliaia di persone: un meccanismo quasi perfetto basato esclusivamente sulla collaborazione volontaria.

Vedere tutto questo fermento, questa moltitudine, è un’esperienza potente, capace di mettere in discussione molte delle nostre abitudini occidentali, anche rispetto al concetto di ordine e pulizia. Qui conta prima di tutto il gesto, la condivisione, il senso di comunità.

Dopo pranzo torniamo in hotel: il caldo e la folla di Amritsar richiedono una pausa. Una doccia e qualche ora di riposo sono fondamentali prima dell’ultima esperienza della giornata.

Verso la frontiera tra India e Pakistan

Nel pomeriggio ripartiamo verso la frontiera tra India e Pakistan, l’Attari-Wagah Border, dove ogni giorno si svolge una delle cerimonie più curiose e sorprendenti che si possano vedere in questa parte del mondo.

Dopo controlli simili a quelli aeroportuali entriamo nelle tribune e ci troviamo davanti a uno spettacolo difficile da immaginare: una vera e propria sfida di orgoglio nazionale tra i due Paesi.

Da una parte e dall’altra del confine, i militari eseguono marce sincronizzate, passi militari spettacolari, gesti di sfida e movimenti teatrali, mentre il pubblico incita la propria nazione con cori sempre più forti.

Gli indiani urlano:

“Vande Mataram!”
“Hindustan Zindabad!”
“Bharat Mata ki Jai!”

incitati dai membri della difesa indiana, in un’esplosione di patriottismo che lascia senza parole.

È una cerimonia surreale: allo stesso tempo teatrale, folkloristica e profondamente legata alla storia complessa dei rapporti tra India e Pakistan.

Noi la viviamo sfidando il caldo estremo e rischiando quasi un colpo di calore, ma è sicuramente uno di quei momenti che resteranno impressi nella memoria.

Torniamo in hotel stanchi ma pieni di immagini. Cena veloce, valigie pronte e poche ore di sonno: il viaggio sta per finire.

Giorno 8 – rientro a Delhi

Il nostro viaggio in India volge ormai al termine.

Da Amritsar a Delhi ci aspettano circa sette ore di macchina. L’ultima lunga strada da percorrere insieme ad Ashish e Budhi, tra una colazione e una sosta pranzo, diventa anche il momento per ripensare a tutto quello che abbiamo vissuto in questi giorni.

Dalle montagne dell’Himachal Pradesh ai monasteri tibetani, dai mercati affollati di Delhi ai colori del Rajasthan, fino alla spiritualità del Golden Temple: l’India è stata un viaggio intenso, pieno di contrasti, capace di mettere continuamente in discussione il nostro modo di guardare il mondo.

Arrivati a Delhi ci salutiamo con Ashish, che ci ha accompagnato in questa avventura rendendo il viaggio ancora più speciale, e ci dirigiamo verso l’aeroporto.

Il volo serale con IndiGo ci porta da Delhi a Doha, dove proseguiamo con Qatar Airways verso Milano.

Giorno 9 – ritorno a casa

Atterriamo a Malpensa e torniamo finalmente a casa.

Con noi portiamo fotografie, ricordi, incontri, domande e la certezza che con l’India è solo un arrivederci. L’India è quel luogo che non lascia semplicemente dei ricordi, ma apre nuove prospettive e continua a lavorare dentro di noi anche dopo essere tornati. È per questo che lo amo e che voglio tornarci.

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Tag: viaggi
Serena Puosi

Ciao, sono Serena, scrivere è da sempre la mia passione e nel 2008 ho deciso di aprire un blog per condividere i miei viaggi: da allora non mi sono più fermata! Amo vedere con i miei occhi nuove destinazioni, mi attrae tutto ciò che è diverso dalle mie abitudini e ho sempre la valigia pronta per la prossima meta. Mi piacciono i posti di mare e le isole, ho un debole per l'Asia e non mi tiro mai indietro alla domanda "Partiamo?"

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