Si apre in una nuova scheda

Nel deserto del Thar a dorso di cammello

Scritto da Serena Puosi

Categorie: India del Nord

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A circa una cinquantina di chilometri da Jaisalmer si trova il paese di Khuri, un piccolo avamposto rurale prima che le distese sterminate di sabbia che collegano l’India col Pakistan prendano il sopravvento. Qui le case sono fatte di paglia e sterco, le donne avvolte nei sari colorati si muovono in piccoli gruppi con delle giare in testa per fare rifornimento d’acqua, i bambini mi ricordano Mowgli del Libro della Giungla, con il quale condividono lo stato brado e le unghie nere ma non l’innocenza.

Donne nel villaggio desertico di Khuri

Anche a distanza di mesi, una volta smaltita la stanchezza, asciugato il sudore e cominciata una lenta rimozione di quei pensieri che continuano a graffiare l’anima; una volta compreso che il ricordo non si perde, ma si trasforma e si addolcisce, continuo a pensare al Gran Deserto indiano come a un’oasi di pace. Mi sorprendo di questo, perché in realtà è una deviazione molto organizzata e turistica, il camel safari è tutto fuorché avventura e scoperta.

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Eppure il deserto del Thar è per me un ricordo dolce, una sospensione del tempo, una tregua dai clacson, dalle mucche magre, dalle strade impazzite regolate dal caos cosmico. Una volta lasciata la città d’oro di Jaisalmer alle spalle, si percorre una strada troppo stretta per due macchine che s’incrociano, circondati solo da sabbia e bassa sterpaglia secca che si oppone strenuamente al deserto. Alcuni pavoni incrociano la nostra strada, così come capre sparute e alcune specie che non riesco a vedere se non di sfuggita, mentre la macchina sfreccia per raggiungere Khuri.

Come un miraggio compaiono delle pale eoliche all’orizzonte. Non sarà l’unica nota stridente di questo viaggio nel viaggio, c’è sempre un pensiero latente che mi spinge a pensare a quanto sia giusto insinuarsi di prepotenza nella vita tranquilla di questi popoli abituati al silenzio del deserto, faccio mentalmente una lista di pro e contro dell’arrivo di orde di turisti a disturbare una vita rimasta immobile nei secoli. Lo shock più evidente è il pagamento di un pedaggio prima di entrare nel villaggio.

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A Khuri è arrivato il turismo ma si vive sempre alla vecchia maniera, lontani dalla civiltà, con le donne che vanno a raccogliere stecchi secchi per il fuoco e poi impastano il naan chinate in terra, con le braccia infilate tra quelle ginocchia appuntite nascoste da vesti sgargianti. I bambini probabilmente non hanno mai visto un film e vengono a supplicare in inglese one dollar, non vanno a scuola ma ti sfiorano le mani per avere in regalo delle penne, fanno una dieta a base di pochi ingredienti e ti chiedono caramelle.

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Anche il camel safari è una questione regolamentata da patti tra autisti e cammellieri, da accordi nascosti e precedenze stabilite da gerarchie invisibili. Ci appioppano un ragazzo smilzo e svogliato, che mi fa salire sul cammello più robusto per potersi sedere con me. Appena usciti dal villaggio, attacca il vivavoce del cellulare e ascolta i primi secondi di qualche canzone da discoteca per poi passare compulsivamente alla successiva; dopo qualche minuto ci chiede una sigaretta. Intanto il cammello continua imperturbabile il suo cammino, facendomi sballottare muscoli del corpo che non sapevo di avere.

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Non è esattamente quello che mi aspettavo, così come non credevo di trovare un traffico d’anime su per le dune di quel deserto che fino a qualche giorno prima era solo un punto su una mappa geografica, addirittura c’è un tipo che, spavaldo, cavalca una moto: scoprirò poco dopo che era carica di birre, sia mai che si rimanga a gola secca nel deserto. Le curve disegnate dalla sabbia sono più chiare di quanto immaginassi, niente a che vedere con quei rossi che si vedono in cartolina. Lo sguardo, inoltre, non si perde in una vastità vacua, ma è accompagnato da una vegetazione che mi lascia veramente sorpresa: davvero non tutti i deserti sono spazi infiniti riempiti dal nulla?

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I soliti bambini che ci hanno accolto all’arrivo al villaggio hanno ora raggiunto la nostra postazione, ci propongono canti e danze in cambio dell’immancabile one dollar. È tutto incredibilmente strano, incredibilmente bello, nonostante tutto. Aspettiamo un pallido accucciarsi del sole sdraiati su una duna, con le scarpe appoggiate da un lato e la mente persa in mille pensieri. Forse è proprio a questo che serve il deserto: a costringerci a rallentare i ritmi, a convivere con le assurdità che ci capitano, ad accettare l’inaspettato senza tanti pensieri.

thar

P.s. Ecco un  video del camel safari:

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Serena Puosi

Ciao, sono Serena, scrivere è da sempre la mia passione e nel 2008 ho deciso di aprire un blog per condividere i miei viaggi: da allora non mi sono più fermata! Amo vedere con i miei occhi nuove destinazioni, mi attrae tutto ciò che è diverso dalle mie abitudini e ho sempre la valigia pronta per la prossima meta. Mi piacciono i posti di mare e le isole, ho un debole per l'Asia e non mi tiro mai indietro alla domanda "Partiamo?"

2 commenti

  • Ciao Sara,
    Sto leggendo convulsamente tutte gli articoli che trovo sull’India, e mi sono imbattuta nel tuo blog ricchissimo di informazioni, ma soprattutto di sensazioni.
    Ho scoperto che il tuo libro che ho nella libreria Kindle da anni è il tuo… uno dei motivi che mi ha fatto arrivare alla decisione di partire, quindi GRAZIE
    Resta una destinazione che mi spaventa, ma mi incuriosisce allo stesso tempo.
    Ho paura dell’assillo e scene che urtano la sensibilità, ma la curiosità vince.

    • A

      Ciao Simona,
      il tuo commento mi riempie di gioia, sia perché hai trovato utili i post sia perché hai il mio libro!
      Sono davvero felice che quello che ho scritto ti abbia invogliato a partire e credo che la paura sia fisiologica!
      La curiosità e l’apertura di vedute sono elementi fondamentali per questo viaggio. Vorrei tanto tornare e mettere di nuovo alla prova sensi e sensazioni!
      Buon viaggio e buone letture.

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